Beccantini su La Stampa: “Ranieri capro espiatorio”

Su La Stampa, giornale della stessa famiglia proprietaria della Juve, lunedì Roberto Beccantini scriveva: “Si parla di spedire la squadra in ritiro, esonerare Ranieri e precettare Ciro Ferrara, nella speranza di salvare il salvabile. Il tutto a due giornate dal termine”. Una profezia azzeccata anche nelle virgole, a parte il non trascurabile fatto che per ora di ritiro non si parla, se non nei termini francamente comici dello stesso Ferrara che, ieri, ha annunciato un “ritiro a Torino a partire da venerdì”. Ciò che è interessante, tuttavia è il giudizio di Beccantini, emesso preventivamente, nelle ore precedenti alla cacciata di Ranieri: “Una mossa da società acerba, con il rischio di rendere ancora più caotico l’epilogo”.

Oggi, sempre su La Stampa, Beccantini torna sull’argomento e non sembra aver cambiato idea. “L’esonero di Claudio Ranieri – scrive il Beck – è una mossa rischiosa, perché indica un colpevole, il solito, senza garantire quel terzo posto che oggi, comunque, esiste e resiste. Tocca a Ciro Ferrara”.  Secondo Beccantini “a bocce ferme sarebbe stato legittimo discuterne, ma che senso ha adesso, a due giornate dal termine? In pratica, è una mano di poker affidata alle carte di un dipendente, un osso tirato ai tifosi per distrarli fino al prossimo mercato“.

Valutazioni dure, così come è duro il richiamo ai giocatori juventini: “Di sicuro, da ieri lo spogliatoio e il mondo che gli gira attorno non hanno più alibi. Chi scrive, in estate aveva collocato la Juve, «questa» Juve, nella scia di Inter e Milan. Ciò doverosamente premesso, non v’è dubbio che lo spappolamento della squadra dopo la sosta di fine marzo, quando era seconda e veniva da cinque vittorie, chiami in causa (soprattutto) l’allenatore. Gli infortuni, d’accordo: ma anche un serbatoio allo stremo, alcune scelte di fondo (Poulsen) e i rapporti fra giovani e vecchia guardia. La società ci ha messo del suo, dal pranzo Blanc-Lippi all’annuncio «in diretta» dell’operazione Cannavaro. È mancato il referente capace, per carisma e competenza, di affiancarlo nei momenti, sempre più frequenti, di tensione interna: il caso Trezeguet, le bizze di Camoranesi, i silenzi di Del Piero”.

“La piazza e molti di noi – prosegue Beccantini – ne reclamavano la testa. L’hanno avuta. Tanto per rendere l’idea: era dalla stagione 1969-‘70, con Luis Carniglia, che la Juventus non si sbarazzava di un allenatore a campionato in corso. La frenesia dei blog e il peso della storia hanno spinto verso l’epilogo più banale. A ciò si aggiunga una mancanza di chiarezza negli obiettivi (il lunedì lo scudetto, il martedì la Champions, il mercoledì la zona Uefa) che ha coinvolto la proprietà e disorientato persino lo staff tecnico”.

La conclusione è al veleno: “D’improvviso, è diventato un argomento di divisione anche il «non gioco» di Ranieri, perdonato a tutti in cambio dei risultati. La legge del capro espiatorio, che così visceralmente indignò il popolo ai tempi di Calciopoli, è scattata implacabile. A Siena e Lazio l’ardua sentenza. L’errore più grave sarebbe far credere che fosse tutta colpa di Ranieri. La Juve resta un cantiere, e la coppia Diego-Cannavaro non basta”.

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