Preghiera a Gianni Brera per non far partire Mourinho
Egregio dott. Brera,
mi rivolgo a lei che, sedendo da alcuni anni alla destra della dea Eupalla, forse qualche potere lo ha. Lei, caro Brera, nell’anno 1985 raccontò le gesta di un allenatore dell’Inter che amava soprannominare “Habla Habla”, parla parla. Scriveva in quell’articolo di venticinque anni fa: “L’uomo sembra aver letto un manuale segreto sul modo di aver successo. Parla come un libro stampato, con un timbro di cialtronaggine che spaventa chiunque non abbia meritato le sue confidenze”. Il soggetto era Helenio Herrera, ma a noi sembra tanto di leggere la profezia della venuta dell’Habla Habla del Duemila, ovvero José Mourinho da Setubàl.

Gira in queste ore la voce che l’autonominatosi Special One prenderà armi e bagagli e fuggirà dall’Italia per approdare alla real casa madridista. Dio non voglia, caro Brera, e se lei ha un qualche potere lassù, lo eserciti per carità. Il calcio italiano – se ancora esiste una italianità calcistica – ha un disperato bisogno di questo sprezzante e supponente portoghese, unico individuo capace, nel dilagante mare del conformismo pedatorio tricolore, di dire quello che pensa, vestendo gli scomodi panni di psicanalista della serie A.
Mourinho, va detto, è un signore che nell’arco di pochissimi mesi ha acquisito un vocabolario molto maggiore rispetto a quello dei suoi colleghi, che a parte “i ragazzi hanno fatto la partita” e “ci confronteremo con il presidente” altro non sanno dire. Addirittura inventore di neologismi entrati direttamente negli usi e i costumi, dalla “prostitussione intellectuale” ai “zeru tituli”. Immagino, caro Brera, che lei lo avrebbe amato anche solo per questo. Lo avrebbe però amato anche per il gusto della provocazione e dello sberleffo. Per quello che sembra coraggio ma è solo la forza di chi sa di avere, come interlocutori, giornalisti adulatori, colleghi provinciali, calciatori immaturi. E per questo ne approfitta. Come quando ha traumatizzato un cronista bollandolo come “te che scrivi per un giornale bianconero”; come quando ha liquidato Sinisa Mihajlovic e ridicolizzato la stessa società che ogni mese gli stacca un sontuoso assegno come stipendio affermando: “Adriano merita una seconda opportunità; l’Inter ha permesso a uno che ha sputato in faccia ad un avversario di diventare vice allenatore”. Senza dimenticare il lungo duello verbale con Claudio Ranieri, da cui è uscito vincitore visto che uno ha vinto lo scudetto e l’altro sta per portare in tribunale la squadra che lo ha esonerato. Passando, naturalmente, per i dispetti puerili come quello di storpiare i nomi (Barnetta) o misconoscerli (“Lo Monaco? Io conosco il monaco del Tibet, il Principato di Monaco, il Bayern di Monaco e il Grand Prix di Monaco. Non ne conosco altri”).
Caro Brera, dunque: ci aiuti. Metta una buona parola. In fin dei conti si tratta solo di convincere un amico. Un Habla Habla che come il suo predecessore – il quale cestinò l’amato WM ingoiando il catenaccio, rivelatosi poi vincente – ha buttato alle siepi il suo vezzoso 4-3-3 e ha sfoderato uno dei capisaldi della tradizione peninsulare: barricate in difesa e lancione lungo lì davanti, con preghiera a Santo Ibra. Anche Nereo Rocco si commuoverebbe.
Tags: calcio, catenaccio, Gianni Brera, Helenio Herrera, Inter, José Mourinho, Real Madrid
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